Ab-Uli-Via è il grido di speranza e di dolore cui è sottoposta la “carne viva” della  gente del Mezzogiorno

REGIA E DRAMMATURGIA: FRANCESCO TAMMACCO

INTERPRETI: Francesco Tammacco, Rosa Tarantino, Felice Altomare

INTERPRETI DEL CARRETTO TEATRO: Vincenzo Raguseo, Leonardo Mezzina, Valeria Angione, Valeria de Pierro, Isabella Ragno, Gemma Amato, Francesco de Palma, Pasquale Salvemini

MUSICHE ORIGINALI DAL VIVO: Federico Ancona

PROIEZIONI VIDEO, REGIA E MONTAGGIOMichele Pinto (MORPHEUS EGO KINEMA)

COREOGRE E DANZA: Anna Ilaria Davvanzo

Lo spettacolo “Ab-uli-via” nasce con l’intento di parlare delle condizioni dei giovani del sud. Avete mai osservato i filari d’ulivi nelle notti estive?Avete mai seguito il mutare delle loro forme?Attorno ad un ulivo, gira una giostra umana dalle condizioni più varie.Un canto di un pensiero non potato, che nasce con la testimonianza viva ed accorata di un contadino in età che piange per il vuoto nella terra lasciato da un ulivo spiantato e venduto ad un ricco dottore di Milano.

“e mò è tutt vachend” (ora è tutto vuoto).Il vuoto è  l’asse portante dello spettacolo.

Si parla in modo ironico e divertente del preconcetto per il quale i contadini debbano restare, in  una impasse sociale e culturale, fermi nella cultura, nel sapere, nella crescita sociale.I giovani come gli alberi, ancora oggi partono, certo più istruiti del mondo , ma  sempre  a cavallo di una valigia piena di precarietà ed inadeguatezza delle politiche sociali. Lasciando vuoti incolmabili e difficili da riempire per il significato fallimentare che determinano. Ab-Uli-Via è la voce che viene dalla terra del Sud, forse un fazzoletto appesantito dalle lacrime, un grido, forse la speranza che qualcosa un giorno possa cambiare.E’ il grido di un giovane qualunque che non vuole colpire solo la realtà del mercato del lavoro, ma vuole soprattutto ammonire un particolare modo di pensare tipico del Sud, nato forse da un antico complesso di inferiorità meridionale, per il quale nessuno è profeta in patria Più che un detto oggi è questa una realtà osservabile.Se l’albero potesse parlare sarebbe certamente una delle voci dello spettacolo. La sua stasi naturale non riesce tuttavia ad impedirgli il coinvolgimento nel testo, l’ulivo infatti si presenta come testimone silente ma allo stesso tempo partecipe del tormento del personaggio, una specie di amico fidato al quale confessare la propria triste condizione e, perché no, strappare un abbraccio.L’ulivo poi visto come icona sacra con i suoi rimandi alla passione di Cristo, rami che diventano croci, pesi da essudare, calvari esistenziali di cui il Sud in particolare è carico. (…)”vigilate et orate, ut non intretis in tentationem”. Francesco Tammacco

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